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Andrea Merli

Halil

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Beirut, 2010.

« Per conservare i loro regni e per placare i propri cuori hanno armato il druso per combattere l’arabo, hanno aizzato lo sciita a lottare contro il sunnita, hanno istigato il curdo a sgozzare il beduino e hanno spinto il musulmano a contendere con il cristiano. Perciò fino a quando il fratello abbatterà il fratello sul petto della madre comune? Fino a quando il vicino minaccerà il vicino presso la tomba dell’amata? Fino a quando la Croce e la Mezzaluna si allontaneranno l’una dall’altra sotto gli occhi di Dio? »

Gibran Khalil Gibran scriveva queste parole nel 1908, nella parte finale di un lungo monologo affidato al suo alter ego, Halil, protagonista del racconto Il miscredente. Può capitare di trovarlo nell’edizione italiana sul pavimento di una libreria fiorentina che chiude – gli scaffali non ci sono già più – con gli occhi a cercare conchiglie fra i sassolini di una spiaggia che sta per sparire.

La storia semplice e coraggiosa di Halil non sfugge a quell’enfasi retorica, teatrale e un po’ stucchevole, che spesso caratterizza l’opera dello scrittore libanese. Ma è un racconto che affronta a viso aperto, con un vigore a tratti capace di cogliere alla sprovvista, questioni grandi e terrene come l’ingiustizia sociale, il rapporto con l’autorità, il risveglio della coscienza civile.  Nel 1908, appunto. E’ passato oltre un secolo. E il Libano di oggi, ancora sospeso tra le macerie di una guerra dopo l’altra e le campagne pubblicitarie che alludono al miraggio della Svizzera del Medioriente, resta un campo di battaglia per gruppi etnici e religiosi, coinvolti dalla globalizzazione dei particolarismi in dinamiche di conflitto che travolgono l’intera regione. Per le domande di Halil, il tempo delle risposte non è ancora arrivato.

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