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Andrea Merli

Tutto si svolge come al solito

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Sinai, Egitto, 2007.

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C’è un altro libro, pescato qualche tempo fa da uno scaffale di seconda mano in fondo alla Val Camonica. Sarà che quando non si viaggia col biglietto per qualche posto,  alternativa migliore non c’è. Anche nel terzo millennio, anche nella stagione degli schermi al plasma “che più piccoli di 40 pollici non se ne parla”, nell’epoca della TV digitale che offre molto più dei “thirteen channels of shit” che immaginava Roger Waters in Nobody Home; nel tempo delle spedizioni robotiche su Marte e dei grattacieli che il cielo non lo grattano più, ma lo abbandonano al suo destino verso il duecentesimo piano; nel periodo del web 3.0 e nell’anti-periodo del multitasking compulsivo. In altre parole, anche nel mondo che s’invola verso l’epoca post-globale c’è bisogno, e parecchio, di viaggiare a bordo di un libro.

Questo è un libro piccolo, che arriva dall’Egitto di altri tempi.

Tempi lontani, per molti versi, ma non per tutti. E’ un libro piccolo che racconta una piccola storia.

Piccola per molti versi, ma non per tutti.

« Tutto si svolge come al solito, come è sempre stato. E ogni cosa appariva, prima che la sorte si accanisse contro di noi, naturale ai nostri occhi e comprensibile alle nostre menti. Così era la vita e non ce n’era una diversa, la gente la prendeva come viene, con il suo corteo infinito di morti e di nascite, l’allegria di chi è in buona salute e il lamento dei malati, i sorrisi degli indifferenti e le tristezze degli afflitti. Adesso, invece, e prima ancora che qualcosa di concreto, di palpabile, di visibile, sia accaduto, i nostri occhi hanno cominciato a scorgere questo elemento nuovo, straordinario e inatteso, che dall’alto sta per abbattersi sul nostro villaggio, per trascinarci in un mondo in disordine, e che già adesso ci tiene in suo potere ispirandoci un senso di vergogna per la nostra arretratezza, imponendoci un’attesa mortificante. Siamo con il fiato sospeso e con la paura di dover essere costretti a guardarci per quello che veramente siamo. Ma soprattutto abbiamo paura che sia l’Altro a guardarci, e a giudicarci; quest’altro che arriverà da chissà dove, dal mondo dell’ignoto, da quel mondo che qui ad al-Darawish nessuno di noi conosce, eccezion fatta per quelle poche anime elette che leggono il giornale e che vagano, al calar della notte, in ogni angolo del mondo con gli occhi colpiti dal tracoma e dall’emeralopia, sfogliando i libri di geografia e le pagine degli atlanti, con i gomiti appoggiati sui banchi della scuola del capoluogo.
Devo cominciare sin da adesso ad abituarmi a questo nuovo che incombe e il cui arrivo è previsto da Parigi, e che mi ha fatto dimenticare il risultato dell’esame di maturità, che pure attendevo con tanta ansia. »

« Era stupefacente vedere Simone che si rallegrava di qualunque cosa: del sole che splendeva infuocato, delle immense distese di verde, di quella vita primitiva. Ogni tanto se ne usciva con dei gridolini del tipo:
– Oh, Amid, guarda quella distesa di campi coltivati! Quant’acqua che c’è! Nel vostro paese splende sempre il sole, anche in inverno? Non c’è mai la neve?
Però diceva anche:
– Dove sono i boschi? Perché hanno tutti un’aria così sofferente? Come mai i contadini non usano le macchine? Perché i bimbi sono scalzi?
Ogni sua domanda era come una pugnalata per me.
“E’ questo il mio paese!” continuavo a ripetermi io. “E’ questa la mia gente!”
Simone indovinava il mio imbarazzo e allora, con infinita dolcezza, con la cortesia tipica del suo popolo, mi diceva: Pardon, chéri! Poi si rimetteva a fare domande o a scattare fotografie – ah, come avrei voluto che non lo facesse! – sarebbero state la testimonianza di tutto ciò di cui mi vergognavo, che mi sconcertava e che, a Parigi, non mi avrebbe fatto onore. Comunque era quella la verità, la realtà che non si poteva nascondere. »

Sulayman Fayyad, Voci, 1972 [Sellerio 1994].

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Sinai, Egitto, 2007.

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