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Andrea Merli

Chiavi

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Sono successe tante cose in questi ultimi mesi dell’anno che se ne va. Tra quelle belle c’è stato l’insegnamento di un corso di microeconomia all’istituto Lorenzo de’ Medici di Firenze che permette a studenti stranieri, in gran parte americani, di frequentare un periodo accademico in Italia. E’ stata l’occasione per tornare a occuparsi di una materia che già in Palestina, all’università di Betlemme, mi aveva portato a esplorare il terreno affascinante e misterioso delle ragioni del comportamento umano. Perché il comportamento umano è fatto di scelte, e cos’è l’economia se non un’indagine delle scelte dettate da un’esistenza che deve fare i conti, ogni giorno, con qualche tipo di limite? Proprio questo, nella mia esperienza, è il punto d’incontro tra economia e fotografia, discipline che possono sembrare remote e indifferenti l’una all’altra come pianeti di sistemi lontani anni luce e che invece, a mio modo di vedere, hanno esattamente a che fare con lo stesso problema: la scelta.

Occuparsi di economia in un periodo come questo permette di riscoprirla come scienza umana, cioè imperfetta. Perché è evidente che ci sono un sacco di cose che non sono andate per il verso giusto, da queste parti, e che le ricette che dovevano far lievitare torte sempre più grandi hanno finito per bruciare la cucina. Allora è stato interessante rileggere quei principi fondamentali che, da generazioni, vengono enunciati nel primo capitolo dei testi di microeconomia che stanno sul banco di milioni di studenti, in ogni parte del mondo. Principi che disegnano i contorni di un campo da gioco che non è proprio un gioco, principi che diventano i cardini di un sistema di pensiero. Principi, appunto, ovvero punti di partenza dai quali si può solo procedere oltre, nella direzione prestabilita, ma non tornare indietro a vedere se le cose funzionano sempre e solo così. In genere il programma di un corso di microeconomia – non soltanto nelle aule italiane, palestinesi e americane dove ho messo piede – prevede di entrare in argomento attraverso questi principi fondamentali, chiavi del pensiero che aprono il forziere dei segreti  che spiegano il comportamento dell’homo economicus. Che la crisi, se non altro, spinge a guardare sotto una luce diversa. Molte di queste chiavi funzionano ancora, qualcuna è arrugginita, qualcuna ha perso la sua serratura, altre sono diventate grimaldelli. Ce ne sono un paio, in particolare, che mi sono portato dietro per tutto il corso, rimaste impigliate nelle tasche dei pantaloni con le loro scanalature che potevano combinarsi in un meccanismo pericoloso. Prima chiave: tra efficienza ed equità c’è una relazione negativa, un trade-off, ovvero è possibile migliorare da una parte solo a patto di accettare un peggioramento dall’altra. Seconda chiave: il pensiero razionale è orientato alla massima efficienza. Conclusione rimasta fuori pagina per motivi di spazio: perseguire obiettivi indirizzati all’equità non è razionale, in quanto comporta perdite di efficienza. Gran bella cosa, l’equità, ma come soggetti razionali non possiamo permettercela, peccato.

E allora, com’è che siamo dove siamo? Qualcosa non mi convince. Che si nasconda da queste parti una delle rotelle fuori posto che ha fatto sballare il meccanismo perfetto del benessere? In aula siamo tornati più e più volte su questa domanda che mette in corto circuito due principi fondamentali della teoria microeconomica. E abbiamo provato a ragionare su una possibile risposta per disinnescarlo a partire da una terza chiave che può essere molto potente ma che, in effetti, non è semplice da rimediare: la stabilità. Comunque, vale la pena di provarci: se è vero che l’equità favorisce la stabilità e che la stabilità aiuta l’efficienza, allora non è detto che la relazione tra efficienza ed equità sia necessariamente negativa. Non è detto. Può darsi che si possa mantenere la propria razionalità nell’immaginare un mondo dove efficienza ed equità non vivono un conflitto permanente e necessario. Basta questo dubbio, forse, per aprire una piccola crepa sulla superficie liscia e coriacea di un meccanismo che non funziona come ci piaceva pensare, come ci avevano raccontato e come ci raccontano ancora. Mi sa che bisogna aprirlo, quel meccanismo, e guardarci un po’ dentro senza paura del buio. Che l’anno prossimo, contro ogni previsione, sia quello buono? Chissà.

Sempre meglio un ingenuo che butta là un punto interrogativo di un cinico che alza le spalle.

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Aula ‘Stone’, Palazzo dello Strozzino, Firenze, 2012.

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