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Andrea Merli
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Com’è triste la prudenza!

C’è scritto così su uno striscione appeso ai palchi del teatro Valle occupato. Un giorno capiti a Roma e scopri che il teatro Valle si trova dietro l’angolo, a due passi da Campo de’ Fiori. Entri, ti guardi intorno, parli con qualcuno dei ragazzi che occupano la struttura da un paio d’anni. Poi chiedi se è possibile dare un’occhiata al teatro vero e proprio. Certo che è possibile. E un attimo dopo ti trovi in platea, in mezzo alle poltrone di velluto rosso, sul palco uno scaleo, qualche leggio, le luci basse. Senti l’odore di un posto speciale, vivo e prezioso, dove c’è gente che ama profondamente quello che fa. Poi alzi lo sguardo sul ferro di cavallo dei palchi e trovi il lenzuolo con la scritta rossa.

Non tutte le occupazioni sono uguali. C’è quella che schiaccia, chiude gli spazi, blocca i movimenti, calpesta i diritti.

E c’è quella che libera.

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Halil

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Beirut, 2010.

« Per conservare i loro regni e per placare i propri cuori hanno armato il druso per combattere l’arabo, hanno aizzato lo sciita a lottare contro il sunnita, hanno istigato il curdo a sgozzare il beduino e hanno spinto il musulmano a contendere con il cristiano. Perciò fino a quando il fratello abbatterà il fratello sul petto della madre comune? Fino a quando il vicino minaccerà il vicino presso la tomba dell’amata? Fino a quando la Croce e la Mezzaluna si allontaneranno l’una dall’altra sotto gli occhi di Dio? »

Gibran Khalil Gibran scriveva queste parole nel 1908, nella parte finale di un lungo monologo affidato al suo alter ego, Halil, protagonista del racconto Il miscredente. Può capitare di trovarlo nell’edizione italiana sul pavimento di una libreria fiorentina che chiude – gli scaffali non ci sono già più – con gli occhi a cercare conchiglie fra i sassolini di una spiaggia che sta per sparire.

La storia semplice e coraggiosa di Halil non sfugge a quell’enfasi retorica, teatrale e un po’ stucchevole, che spesso caratterizza l’opera dello scrittore libanese. Ma è un racconto che affronta a viso aperto, con un vigore a tratti capace di cogliere alla sprovvista, questioni grandi e terrene come l’ingiustizia sociale, il rapporto con l’autorità, il risveglio della coscienza civile.  Nel 1908, appunto. E’ passato oltre un secolo. E il Libano di oggi, ancora sospeso tra le macerie di una guerra dopo l’altra e le campagne pubblicitarie che alludono al miraggio della Svizzera del Medioriente, resta un campo di battaglia per gruppi etnici e religiosi, coinvolti dalla globalizzazione dei particolarismi in dinamiche di conflitto che travolgono l’intera regione. Per le domande di Halil, il tempo delle risposte non è ancora arrivato.

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Taksim

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Istanbul, 2013.

Il vecchio tram di piazza Taksim si appresta a percorrere il viale Istiklal in tutta la sua lunghezza per arrivare alla stazione della funicolare del Tünel, sulla sponda settentrionale del Corno d’Oro. E’ qui che sta montando la protesta contro la costruzione di un centro commerciale sul terreno del parco Gezi, uno dei pochi spazi verdi della metropoli. E’ qui che migliaia di cittadini turchi, in questi giorni, scendono in piazza contro il ruolo compressore dello sviluppo insostenibile, in uno slancio di protesta collettiva che ha colto di sorpresa un po’ tutti. Sono passato da quelle parti un paio di mesi fa e ricordo di aver camminato intorno a un cantiere gigantesco, come un cratere, al centro della piazza e oltre, nelle zone adiacenti.

Taksim come Tahrir?

Ci mancherebbe, è solo l’impressione di un momento, sono piazze distanti, contesti diversi. E la primavera turca non è altro che una stagione dell’anno. Già. Se non che anche qui, pare, c’è parecchia gente che trova il coraggio di alzarsi, uscire di casa e dire no, questo modello non funziona, così non va. Occhi aperti.

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Sotto l’acqua Viola alé, Viola, Viola…

12 maggio 2013, stadio A. Franchi, Firenze.

Fiorentina – Palermo: 1 – 0 (Toni, 41′ pt). Fiorentina in Europa. Quale? Un’altra settimana per crederci ancora…

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Garrisca al vento il labaro viola,

sui campi della sfida e del valore

una speranza viva ci consola

abbiamo undici atleti e un solo cuore!

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Tutto si svolge come al solito

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Sinai, Egitto, 2007.

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C’è un altro libro, pescato qualche tempo fa da uno scaffale di seconda mano in fondo alla Val Camonica. Sarà che quando non si viaggia col biglietto per qualche posto,  alternativa migliore non c’è. Anche nel terzo millennio, anche nella stagione degli schermi al plasma “che più piccoli di 40 pollici non se ne parla”, nell’epoca della TV digitale che offre molto più dei “thirteen channels of shit” che immaginava Roger Waters in Nobody Home; nel tempo delle spedizioni robotiche su Marte e dei grattacieli che il cielo non lo grattano più, ma lo abbandonano al suo destino verso il duecentesimo piano; nel periodo del web 3.0 e nell’anti-periodo del multitasking compulsivo. In altre parole, anche nel mondo che s’invola verso l’epoca post-globale c’è bisogno, e parecchio, di viaggiare a bordo di un libro.

Questo è un libro piccolo, che arriva dall’Egitto di altri tempi.

Tempi lontani, per molti versi, ma non per tutti. E’ un libro piccolo che racconta una piccola storia.

Piccola per molti versi, ma non per tutti.

« Tutto si svolge come al solito, come è sempre stato. E ogni cosa appariva, prima che la sorte si accanisse contro di noi, naturale ai nostri occhi e comprensibile alle nostre menti. Così era la vita e non ce n’era una diversa, la gente la prendeva come viene, con il suo corteo infinito di morti e di nascite, l’allegria di chi è in buona salute e il lamento dei malati, i sorrisi degli indifferenti e le tristezze degli afflitti. Adesso, invece, e prima ancora che qualcosa di concreto, di palpabile, di visibile, sia accaduto, i nostri occhi hanno cominciato a scorgere questo elemento nuovo, straordinario e inatteso, che dall’alto sta per abbattersi sul nostro villaggio, per trascinarci in un mondo in disordine, e che già adesso ci tiene in suo potere ispirandoci un senso di vergogna per la nostra arretratezza, imponendoci un’attesa mortificante. Siamo con il fiato sospeso e con la paura di dover essere costretti a guardarci per quello che veramente siamo. Ma soprattutto abbiamo paura che sia l’Altro a guardarci, e a giudicarci; quest’altro che arriverà da chissà dove, dal mondo dell’ignoto, da quel mondo che qui ad al-Darawish nessuno di noi conosce, eccezion fatta per quelle poche anime elette che leggono il giornale e che vagano, al calar della notte, in ogni angolo del mondo con gli occhi colpiti dal tracoma e dall’emeralopia, sfogliando i libri di geografia e le pagine degli atlanti, con i gomiti appoggiati sui banchi della scuola del capoluogo.
Devo cominciare sin da adesso ad abituarmi a questo nuovo che incombe e il cui arrivo è previsto da Parigi, e che mi ha fatto dimenticare il risultato dell’esame di maturità, che pure attendevo con tanta ansia. »

« Era stupefacente vedere Simone che si rallegrava di qualunque cosa: del sole che splendeva infuocato, delle immense distese di verde, di quella vita primitiva. Ogni tanto se ne usciva con dei gridolini del tipo:
– Oh, Amid, guarda quella distesa di campi coltivati! Quant’acqua che c’è! Nel vostro paese splende sempre il sole, anche in inverno? Non c’è mai la neve?
Però diceva anche:
– Dove sono i boschi? Perché hanno tutti un’aria così sofferente? Come mai i contadini non usano le macchine? Perché i bimbi sono scalzi?
Ogni sua domanda era come una pugnalata per me.
“E’ questo il mio paese!” continuavo a ripetermi io. “E’ questa la mia gente!”
Simone indovinava il mio imbarazzo e allora, con infinita dolcezza, con la cortesia tipica del suo popolo, mi diceva: Pardon, chéri! Poi si rimetteva a fare domande o a scattare fotografie – ah, come avrei voluto che non lo facesse! – sarebbero state la testimonianza di tutto ciò di cui mi vergognavo, che mi sconcertava e che, a Parigi, non mi avrebbe fatto onore. Comunque era quella la verità, la realtà che non si poteva nascondere. »

Sulayman Fayyad, Voci, 1972 [Sellerio 1994].

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Sinai, Egitto, 2007.

Timira

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Questa donna si chiama Jane, non Timira. Viene dal Kenya, non dalla Somalia. Lavora nella città di Narok e in questo periodo studia a Firenze. Vive in luoghi e tempi diversi da quelli di Timira. Eppure mi ha fatto pensare a lei, Timira. La protagonista di uno dei romanzi più belli che mi sia capitato di leggere. Di quelli che si meritano le prime posizioni nelle classifiche tipo Alta Fedeltà, tanto per dare un’idea. Un romanzo meticcio, una storia vera “comprese le parti che non lo sono”, come spiegano gli autori prima che tutto abbia inizio. Vale la pena di leggerla, la storia di Timira, di seguirla nelle giravolte di una vita intensa, faticosa, vissuta sempre con la battuta pronta, da Roma a Mogadiscio, dalla Val di Fiemme fino a Bologna. Wu Ming 2 e Antar, il figlio, l’hanno rimessa insieme un pezzo alla volta. Perché Timira resti qui, compresi i giorni che non c’è.

« Appoggi sopra il letto le scatole, gli album, i raccoglitori gonfi di carte. Basta un’occhiata per capire che di valigie non ne basterebbero cinque e ti domandi perché si finisca per accumulare tante scartoffie. Se ricordare significa richiamare alla mente quel che abbiamo dimenticato, allora accatastare souvenir è un attentato contro la memoria. E’ come mandare a mente una poesia e scordarne il significato a forza di rimasticarla. Conservi una fotografia per non dimenticare un volto e dopo anni ti accorgi che non ti dice più nulla, perchè nel frattempo ti sei scordato la didascalia. Nei musei del mondo, gli uomini si affannano a restaurare gli oggetti, ma il vero danno è quando si perdono le etichette. Eppure, sono pochi gli anziani che non abbiano la casa piena di memorabilia.

C’è chi accantona col piglio dell’archivista, per mettere ordine nel caos di una vita e illudersi che avere una collocazione equivalga sempre ad avere un motivo. Ci sono poi quelli che usano i ricordi come materiali da costruzione, simili alla gazza e al castoro, per intrecciarsi un nido familiare o erigere una diga che dia forma al presente. I Re Mida di sé stessi trasformano tutto ciò che toccano in un’estensione del corpo e finiscono per conservare ogni oggetto di cui hanno detto “mio”, perché potrebbero separarsene solo a costo di gravi amputazioni. I pigri sono la maggioranza: incapaci di decidere cosa abbandonare all’oblio, spaventati dall’eventualità che un certo foglio “potrebbe servire”, finché hanno spazio lo riempiono, come scoiattoli con le provviste per l’inverno.

Tu di certo appartieni all’ultima categoria, ma quale che sia la genesi di questo deposito alluvionale, ora hai bisogno di un metodo rapido e indolore per setacciare i detriti e separare la sabbia dalle pepite d’oro. »

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« Dopo due settimane a stretto contatto, tu e Antar iniziate ad azzannarvi, come cavie di un esperimento scientifico. Blaise Pascal diceva che tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola causa: dal non saper starsene tranquilli in una stanza. Infatti, bastano quattro mura e uno spazio ridotto per spingere due individui a farsi del male, a torturarsi con le parole senza nemmeno il gusto di farlo, con la spontaneità di un frutto che allega sui rami.

Si dice che gli esseri umani, in certe situazioni, regrediscono ai loro istinti animali, ma sarebbe più corretto dire che diventano come piante e che germogliano rabbia e disperazione. »

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Wu Ming 2 e Antar Mohamed, Timira, Einaudi, 2012.

Capannori (LU), 18 gennaio – 9 febbraio 2013

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Chiavi

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Sono successe tante cose in questi ultimi mesi dell’anno che se ne va. Tra quelle belle c’è stato l’insegnamento di un corso di microeconomia all’istituto Lorenzo de’ Medici di Firenze che permette a studenti stranieri, in gran parte americani, di frequentare un periodo accademico in Italia. E’ stata l’occasione per tornare a occuparsi di una materia che già in Palestina, all’università di Betlemme, mi aveva portato a esplorare il terreno affascinante e misterioso delle ragioni del comportamento umano. Perché il comportamento umano è fatto di scelte, e cos’è l’economia se non un’indagine delle scelte dettate da un’esistenza che deve fare i conti, ogni giorno, con qualche tipo di limite? Proprio questo, nella mia esperienza, è il punto d’incontro tra economia e fotografia, discipline che possono sembrare remote e indifferenti l’una all’altra come pianeti di sistemi lontani anni luce e che invece, a mio modo di vedere, hanno esattamente a che fare con lo stesso problema: la scelta.

Occuparsi di economia in un periodo come questo permette di riscoprirla come scienza umana, cioè imperfetta. Perché è evidente che ci sono un sacco di cose che non sono andate per il verso giusto, da queste parti, e che le ricette che dovevano far lievitare torte sempre più grandi hanno finito per bruciare la cucina. Allora è stato interessante rileggere quei principi fondamentali che, da generazioni, vengono enunciati nel primo capitolo dei testi di microeconomia che stanno sul banco di milioni di studenti, in ogni parte del mondo. Principi che disegnano i contorni di un campo da gioco che non è proprio un gioco, principi che diventano i cardini di un sistema di pensiero. Principi, appunto, ovvero punti di partenza dai quali si può solo procedere oltre, nella direzione prestabilita, ma non tornare indietro a vedere se le cose funzionano sempre e solo così. In genere il programma di un corso di microeconomia – non soltanto nelle aule italiane, palestinesi e americane dove ho messo piede – prevede di entrare in argomento attraverso questi principi fondamentali, chiavi del pensiero che aprono il forziere dei segreti  che spiegano il comportamento dell’homo economicus. Che la crisi, se non altro, spinge a guardare sotto una luce diversa. Molte di queste chiavi funzionano ancora, qualcuna è arrugginita, qualcuna ha perso la sua serratura, altre sono diventate grimaldelli. Ce ne sono un paio, in particolare, che mi sono portato dietro per tutto il corso, rimaste impigliate nelle tasche dei pantaloni con le loro scanalature che potevano combinarsi in un meccanismo pericoloso. Prima chiave: tra efficienza ed equità c’è una relazione negativa, un trade-off, ovvero è possibile migliorare da una parte solo a patto di accettare un peggioramento dall’altra. Seconda chiave: il pensiero razionale è orientato alla massima efficienza. Conclusione rimasta fuori pagina per motivi di spazio: perseguire obiettivi indirizzati all’equità non è razionale, in quanto comporta perdite di efficienza. Gran bella cosa, l’equità, ma come soggetti razionali non possiamo permettercela, peccato.

E allora, com’è che siamo dove siamo? Qualcosa non mi convince. Che si nasconda da queste parti una delle rotelle fuori posto che ha fatto sballare il meccanismo perfetto del benessere? In aula siamo tornati più e più volte su questa domanda che mette in corto circuito due principi fondamentali della teoria microeconomica. E abbiamo provato a ragionare su una possibile risposta per disinnescarlo a partire da una terza chiave che può essere molto potente ma che, in effetti, non è semplice da rimediare: la stabilità. Comunque, vale la pena di provarci: se è vero che l’equità favorisce la stabilità e che la stabilità aiuta l’efficienza, allora non è detto che la relazione tra efficienza ed equità sia necessariamente negativa. Non è detto. Può darsi che si possa mantenere la propria razionalità nell’immaginare un mondo dove efficienza ed equità non vivono un conflitto permanente e necessario. Basta questo dubbio, forse, per aprire una piccola crepa sulla superficie liscia e coriacea di un meccanismo che non funziona come ci piaceva pensare, come ci avevano raccontato e come ci raccontano ancora. Mi sa che bisogna aprirlo, quel meccanismo, e guardarci un po’ dentro senza paura del buio. Che l’anno prossimo, contro ogni previsione, sia quello buono? Chissà.

Sempre meglio un ingenuo che butta là un punto interrogativo di un cinico che alza le spalle.

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Aula ‘Stone’, Palazzo dello Strozzino, Firenze, 2012.

Motta di Livenza (TV), 8 dicembre 2012 – 6 gennaio 2013

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Italia. Bene comune.

E se un giorno di fine novembre come oggi fosse veramente il primo di tutto il resto?

Io penso che valga la pena di scommetterci. Perché qui non si tratta del meglio che deve ancora venire, ma del decente che deve ancora iniziare.

Adesso? Ma sì, anche adesso.

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Crotone, 2011.

Donne di Gaza

Le donne di Gaza sono donne che si prendono sempre cura di qualcuno. Come madri, mogli, figlie, sorelle, amiche, vicine di casa, infermiere, cuoche, maestre di scuola. Anche loro hanno paura quando gli F-16 volano bassi, quando il cielo si fa scuro e piovono bombe. Ma non c’è tempo per darlo a vedere, c’è solo da fare alla svelta per mettere un piatto davanti a tutti, con quel che si può, e poi affrontare un’altra notte in cui saranno le ultime ad addormentarsi. Sempre che, per una volta, la stanchezza abbia la meglio.

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Gaza, 2008.

Daniel Spoerri

Un posto che è come entrare nella copertina di un disco dei Pink Floyd.

Dove, anche se ci si arriva per caso, non è mai del tutto per caso.

E’ il giardino di Daniel Spoerri, sulle pendici del monte Amiata.

Il cancello sarebbe chiuso, in questa stagione. Ma ci sono le istruzioni per aprirlo, se si vuole.

E conviene farlo, senza lasciarsi intimorire dalle parole “Hic Terminus Haeret”.

Perché in realtà – … realtà? – quel cancello può aprire la strada verso il mondo di Ummagumma.

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Sit tibi terra levis

Giostra

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San Giovanni Valdarno, 2011.

Lo stesso camion è tornato nello stesso piazzale, anche quest’anno. E anche quest’anno si è trasformato in una collina di luci colorate, dove non c’è altro da fare che salire a piedi fino in cima, sistemarsi sul tappeto e scendere giù per lo scivolo gigante. A pochi metri di distanza hanno montato giostre molto più avanzate, capaci di fare movimenti di ogni genere, a tutta velocità. Eppure, chissà perché, come lo scivolo non ce n’è.

Rivedere adesso questa fotografia mi fa venire in mente l’ultimo libro di Tiziano Terzani, prima di quelli postumi. Si chiama “Un altro giro di giostra”. In realtà non è un libro, ma un sacco da viaggio. Metto giù la mano, al buio, e tiro su queste parole:

« È sempre così difficile giudicare il senso di quel che ci capita nel momento in cui ci capita e bisognerebbe imparare, una volta per tutte, a dare meno peso a quella distinzione – bene o male, piacere o dispiacere – visto che il giudizio cambia col tempo e spesso il giudizio stesso finisce per non avere alcun valore. »

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Memento Park

Le hanno piazzate a una ventina di chilometri dal centro storico. Non è questione di cattivi odori, ma di cattivi ricordi. Però, considerarle nient’altro che pezzi di ferraglia buoni per la discarica della storia è troppo semplice. Perchè le statue del Memento Park non sono caldaie arrugginite, ma raccontano di un’epoca che ha segnato per quasi mezzo secolo la vita di milioni di persone, anche in Ungheria. Statue possenti, rimosse dai piedistalli delle piazze cittadine e appoggiate sui basamenti di un piazzale di periferia, dove bisogna proprio andarle a cercare. Monumenti di che si lasciano guardare con interesse da chi viene da fuori, ma che bruciano ancora nella memoria di chi li ricorda a due passi da casa. E non importa se la crisi dei nostri tempi mette in discussione un sacco di cose, Budapest non ha dubbi: non si stava affatto meglio quando si stava peggio. Però certe statue, viste con gli occhi di oggi, non parlano soltanto di gloria militare, disciplina popolare e retorica sovietica. Certe statue sembrano evocare sensazioni che non sono così lontane, sarà uno scherzo della luce.

Solo gli stivali di Stalin, sulla torretta di mattoni rossi davanti all’ingresso, fanno sorridere. Tutto qui: scarpe abbandonate in un piazzale.

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Nyòcker

Si chiama Józsefváros, ma lo chiamano Nyócker. Nel 2004 è diventato il titolo di un film d’animazione che racconta le vicende di un quartiere popolare della capitale ungherese, lontano dalle sponde scintillanti del Danubio. E’ una zona di margini e di incroci dove la vita, come spesso succede, ha colori più forti.

E’ il distretto VIII.

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Budapest

Where do we go from here?

Se lo chiedeva MLK, nel 1967. Se lo chiedevano i Pink Floyd, nel 1994. Se lo chiede ancora un sacco di gente, ogni giorno.

E può capitare che nella piccola stazione ferroviaria di Széchenyi-Hegy, sulle colline di Buda, qualcuno trovi la risposta.

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Luglio 1972

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Badia Prataglia, 2012.

Palla avvelenata

C’è un borgo medievale, in Val d’Orcia, che si chiama Monticchiello. E in questo borgo c’è una piazza che ogni estate, dal 1967, diventa un palcoscenico. Di anno in anno, sulle tavole di questo palco prendono vita i personaggi che la compagnia del Teatro Povero sceglie per rappresentare testi sempre originali, nati dall’incontro di novelle della tradizione popolare con situazioni attuali che meritano le frecce della satira. Ecco, allora, che la storia del contadino Campriano alle prese coi soprusi di tre speziali diventa una brillante cornice narrativa per affrontare i temi della crisi economica, lo sfruttamento del lavoro, la speculazione finanziaria. Ma anche per celebrare l’ingegno di una persona di campagna, semplice e onesta, che grazie ad alcuni stratagemmi e alla collaborazione della sua famiglia, riesce ad averla vinta. Quella di Campriano è molto più di una favola dall’atmosfera boccaccesca, è una vera e propria metafora della gente di Monticchiello che, grazie alla capacità di inventarsi un teatro e alla perseveranza di portarlo avanti, è riuscita a salvare un borgo dal dimenticatoio, creando occasioni di incontro e cultura.

Ieri sera, sul palco nella piazza di Monticchiello, è andata in scena “Palla avvelenata”. E anche ieri sera, come ogni estate da più di quarant’anni, su quel palco c’era gente che ha fatto qualcosa che vale la pena.

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Artas

Chissà quanta gente, ieri sera, ha seguito in tv la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Londra 2012 con lo spettacolo “l’isola delle meraviglie”, affidato alla regia di Danny Boyle. Una produzione imponente e visionaria, come da protocollo olimpico, ma anche un affresco teatrale impegnato nell’affrontare grandi temi sociali a viso aperto, dalle masse operaie che costruirono intere città negli anni della rivoluzione industriale al movimento delle suffragette, dagli sbarchi degli immigrati che hanno contribuito alla società più multietnica d’Europa fino alla conquista del servizio sanitario nazionale. Pietre miliari di una storia da ricordare, accanto alla folta pattuglia di celebrità che hanno trovato spazio nell’immaginazione di tutti: James Bond e Mary Poppins, Peter Pan e Mr. Bean. Certo, la storia è fatta di tante pietre, non tutte da festeggiare. La storia di chiunque. E quella inglese non fa eccezione, anche a proposito di Palestina. Ma sono sicuro che le immagini delle bandiere che sfilavano nello stadio olimpico di Londra sono entrate anche nelle case del villaggio di Artas, vicino a Betlemme. E che in quelle case, appiccicate sul dorso di colline che scendono rapidamente verso il fondovalle dove si alza a sorpresa il convento dell’Hortus Conclusus, c’è stata emozione quando sono entrati in campo i cinque atleti palestinesi. Buoni giochi.

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Artas, 2012.

Battir

In un articolo ripreso la settimana scorsa da Internazionale, scrive Gideon Levy: « Benvenuti nel paese dell’illegalità e della malvagità. Benvenuti nel paese dell’apartheid. Israele non permette a migliaia di sventurati di allacciarsi alle condutture idriche. Quest’acqua è solo per gli ebrei. Neanche i più abili propagandisti israeliani potrebbero negare la separazione nazionalista e diabolica che viene realizzata qui. L’asse del male si trova a circa un’ora di auto dalla casa di molti israeliani, ma essendo emotivamente distante e lontano dal cuore, non suscita nessuna “protesta sociale”. Ed è quanto di peggio vi sia sulla scala della malvagità israeliana. Puntellato da formulari e burocrazia, applicato da ispettori apparentemente non violenti, non comporta una goccia di sangue, ma non lascia neanche una goccia d’acqua. »

In questi anni ho avuto modo di conoscere il conflitto arabo israeliano anche attraverso la crisi dell’acqua, che riflette in maniera limpida e cristallina i macroscopici squilibri in gioco. Eppure, al ritorno dalla Palestina, questa critica feroce mi ha colpito. Sono parole pesanti, non c’è dubbio, parole che non si spendono a cuor leggero. Troppo pesanti? Forse qualcuna sì, dopo tutto Levy può scriverle su un quotidiano israeliano, mentre non potrebbe farlo in molti altri Paesi della regione. Però, oltre a esprimere la frustrazione di chi non cede all’indifferenza, sono parole utili a liberarsi dalla sindrome dell’autocensura e dalla sterilizzazione dell’intelletto, che passa da quella del vocabolario. Sono parole utili a ricordare come stanno le cose in un contesto che, molto spesso, viene osservato e descritto senza tenere in alcuna considerazione la distanza siderale tra le condizioni di vita in Israele e nei Territori occupati palestinesi. Pochi, quando si tratta di Israele, possono permettersi di usare parole del genere in maniera credibile. Forse, solo gli intellettuali israeliani incuranti dell’etichetta “self-hating Jew”. Sono parole che costano. Allora, per lo meno, che non cadano nel vuoto e che facciano riflettere sulla realtà di un’occupazione che tende a sparire dalle notizie, dai rapporti diplomatici e, a volte, anche dai testi dei progetti di cooperazione.

Sì, perché l’occupazione c’é ancora, non si è mai mossa dal giugno ’67. Anzi, col tempo ha stretto la morsa, diviso il territorio, forzato le separazioni, congelato i movimenti. E non basta rimuovere la parola “occupazione” dall’espressione “Territori palestinesi” per cambiare la realtà sul terreno. L’occupazione non è una macchia da nascondere sotto il tappeto. Chiamarla per nome ogni volta che si parla di Palestina, in qualunque sede e a qualunque livello, aiuta a fare i conti con il nodo fondamentale del conflitto. Ignorarla non serve ad avvicinare di un solo minuto il giorno dei trattati di pace. Che non pioveranno dal cielo, come manna nel deserto, ma nasceranno da un terreno lavorato a mano con fatica.

Come quello di Battir, un villaggio rurale a pochi chilometri da Betlemme che si affaccia su un paesaggio di straordinaria bellezza, non ancora sfregiato dalla cicatrice del muro.

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Battir, 2012.

Nablus

Senza sapere perché, questo viaggio in Palestina è cominciato da Nablus. Forse per vedere come sta la terra, prima di tutto. Per macinare chilometri sul sedile posteriore di un taxi collettivo partito da Betlemme e guardare fuori dal finestrino i campi bruciati dal sole. Per scendere i tornanti di Wadi an-Nar e poi seguire la route 60 attraverso le colline, i cumuli di pietre bianche, le garitte vuote di soldati, gli olivi, i cartelloni pubblicitari, le officine e i negozi di alimentari che si affacciano sulla strada, tutti uguali. Fino a Nablus. Dove ho ritrovato forte e intenso il profumo del cardamomo, prima ancora di entrare in città vecchia. E guardarmi intorno, respirando spezie, polvere, sudore e odore di pane, senza pensare a niente.

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Estate fiorentina

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Lungarno Serristori, 2012.

ART in Cortona

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Senza dubbio, questo è stato uno dei momenti più intensi di ‘raw material: light’ a Cortona: la presentazione da parte di Federico Busonero del suo portfolio dedicato alla cappella di sant’Ignazio, a Seattle. Un momento dove l’attenzione di tutti ha trovato da sé, in silenzio, l’allineamento su una sequenza di immagini.

L’esperienza dello workshop, realizzato grazie al programma Grundtvig dell’Unione Europea e al sostegno logistico di Cortona Sviluppo, è stata molto positiva, a maggior ragione considerando che la nostra proposta non era semplice: tentare di smontare il concetto di “arte” nei suoi mattoni essenziali, a partire da alcune parole chiave. Ovviamente le parole che abbiamo scelto – consapevolezza, relazioni e tracce – sono soltanto una delle infinite combinazioni che possono innescare un’azione creativa. Il nostro obiettivo non era quello di raccontare Cortona, ma di cercare a Cortona una serie di corrispondenze tra le due direzioni in cui guarda l’obiettivo della macchina fotografica, dentro e fuori. Mica facile. Ma ci abbiamo provato, in un clima di straordinaria partecipazione. E speriamo di provarci ancora.

Ogni giorno abbiamo scattato, preso appunti, selezionato immagini e pubblicato i risultati della nostra indagine visuale sul sito www.rmlworkshop.com/blog. Qui sotto riporto le descrizioni degli ingredienti che abbiamo cercato nel paesaggio di Cortona per mettere insieme una possibile ricetta dell’arte, parole che ci hanno accompagnato in questo viaggio e che, ne sono sicuro, continueranno a funzionare da stimolo in altre occasioni. E alla fine, il sapore di quello che uscirà fuori dalla macchina fotografica sarà sempre diverso.

day_0_portraits

RML is a visual investigation of landscapes around us, which can be taken as a subject of observation for achieving a greater understanding of what is before and what is behind the camera. In fact, its eye is capable of looking both ways, inside and outside, and it may help us to perceive unexpected fragments of reality, here and there. That’s why, as a preliminary step in the process of rethinking our own way of seeing, we are going to experience in a very direct way how it feels to face the eye of the camera when it is looking at us. Hence, portraits. Our portraits.

Each RML photographer, in the first day of fieldwork in Cortona, will be the subject of the portraits taken by two fellow photographers, before they take their turn in front of the camera. It will be a way to approach each other and to establish connections within the group, of course, but also an experience aimed at rediscovering photography as a powerful practice of self-knowledge.

The RML team includes the following people: Andrea Merli (Italy), Federico Busonero (Italy), Marco Resti (Italy), Tatjana Tupy (Austria), Eef Rombaut (Belgium), Petr Michalcik (Czech Republic), Sara Marton (Hungary), Marta Justovica (Latvia), Renars Derrings (Latvia), Vineta Strauta (Latvia), Andreas Stavropoulos (Greece), Ania Pawlus (Poland), Paul Daniel Chiosila (Romania), Adalet Ciftci (Turkey) and Mehtap Kasap (Turkey).

day_1_awareness

In order to set our visual investigation on solid tracks – not too loose, not too tight – we have looked at the graphic layout of the RML logo, which highlights three letters, rAw mateRial: lighT. Art, somehow, comes into play. What is art, then. What do we mean by art. What do we seek in art. How is art connected to the practice of photography. Why do we need art at all. These are just a few questions, amongst many, which are likely to come up to the surface of our mind. Let us take a closer look to those three letters, then, as they might suggest a possible way for deconstructing the concept of art in its basic components, in its essential inputs, in its existential sources, in its very roots. What is art made of. What is meaning made of.
Such a complex quest, as overwhelming as it might be, should not discourage us from approaching the challenge. Attributing specific meaning to each of the three letters which make up the word “art” shall be a way – indeed nothing more than a particular way – to get closer to a deeper understanding of what photography may help to reveal. What does A stand for, then.
Awareness.
In our vision, this is where art could begin. Awareness of ourselves, in the first place, and of the choices we are called to make every time that we choose to focus our attention on a particular frame. And to exclude everything else. Awareness of the place where we are, of the context where we act, of the landscape where we look for a mirror of ourselves.

day_2_relations

R like relations. This is the keyword for our third day of fieldwork. After all, photography may well be considered a matter of relations: relations between photographer and subject, relations among visual parts of the frame, relations between space and time, relations between what’s captured by the lens and what remains outside, relations between the image and the viewer. Inevitably, the practice of photography as a way of seeing, as Susan Sontag suggests, is a way of establishing different sorts of relations. This is how photography creates, beyond the mere representation of a fragment of the visible.
Italian photographer Luigi Ghirri, a master in the visual investigation of landscapes, writes the following: “[Il nostro obiettivo] consiste nel guardare alla fotografia come a un modo di relazionarsi col mondo, nel quale il segno di chi fa fotografia, quindi la sua storia personale, il suo rapporto con l’esistente, è sì molto forte, ma deve orientarsi, attraverso un lavoro sottile, quasi alchemico, all’individuazione di un punto di equilibrio tra la nostra interiorità – il mio interno di fotografo-persona – e ciò che sta all’esterno, che vive al di fuori di noi, che continua a esistere senza di noi e continuerà a esistere anche quando avremo finito di fare fotografia.” (Lezioni di fotografia, p. 21).
Let’s focus on relations, then. It’s more than recognizing or witnessing relations in the world around us, but rather it’s about creating new ones. Just like our mind creates the landscape itself.

day_3_traces

Time, truth, targets, thoughts… Traces. Yes, traces, this is where our path of deconstructing art in its primary colors leads. After the attempt of sharpening our awareness and establishing new relations, it’s time to figure out how to leave traces of our passage in a certain place, at a certain time. Or how to find traces of something else. A footstep, a fingerprint, a yellow cloth, a piece of paper, an empty bottle, an ice-cream stain, a crack, a mark of light. Anything that shows that something happened, something changed, something left a trace behind, right here, where we happen to stand. Eventually, something happens and leaves a trace just because we happen to stand in a place, right now.

Photography is indeed a search for traces, before turning into a source of traces itself. We usually take photographs, among other kinds of souvenirs, to save memories of people and places, probably the most important traces of all. But what if we took photographs for the very opposite reason, that is for being remembered by the places we visit?

This is the paradox Wim Wenders suggests at the beginning of his visual journey “Pictures of the Surface of the Earth”.

Places

There are places I remember all my life

Though some have changed…

All these places had their moments…

In my life I’ve loved them all. [Lennon/McCartney]

Places where we spend our lives.

Places that we visit for just one moment.

Places we discover by chance.

Places that attract us by their name on a map alone.

Places we will never see again.

Places we can never forget.

Places we long to come back to.

Places that scare us.

Places that comfort us.

Places that make us feel at home.

Places we find repulsive.

Places that fill us with awe.

Places we dreamed about

before we ever got there.

Places we got lost in

and places that we lost.

Places condition us.

Places protect us.

Places destroy us.

As metaphorical as they might appear,

places are always real.

You can walk around in them

or lie down on the ground.

You can take a stone with you

or a handful of sand.

But you can’t take the place with you.

You can never really own a place.

Even the camera can’t.

And if we take its picture,

we’re only borrowing the place’s appearance

for a little while,

nothing but its outer skin, its surface.

Some of the places I photographed

are about to disappear,

might already have vanished from the surface of the Earth.

They will only survive in photographs,

or better: The memory of them

will have to cling to the pictures we have of them.

Other places will outlive us

and even our efforts to capture them on photographs.

More so: They will survive any trace of us.

In a million years,

when no one will be around any more

to even remember us faintly,

some of these places will.

Places have memories.

They remember everything.

It’s engraved in stone.

It’s deeper than the deepest waters.

Their memories are like sand dunes,

wandering on and on.

I guess that’s why I take pictures of places:

I don’t want to take them for granted.

I want to urge them

not to forget us.

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