YOX Photography

Andrea Merli
2010

Yox Photography


Una fotografia, ridotta ai minimi termini, è una scelta. O meglio, è il risultato di una serie di scelte di natura diversa, combinate fra loro.
Una fotografia non propone l’immagine di una cosa particolare, ma piuttosto di una relazione fra cose.
A photograph, in its fundamental terms, is a choice. Or, better, it is the result of a number of choices, different in their nature but combined together.
A photograph never captures the image of a single thing but, rather, of a relation among things.

Un muro non basta

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Un muro non basta è una scritta colorata sul muro di Betlemme che ancora resiste alla sfida del tempo. Nel 2005 quella scritta ha ispirato una campagna di informazione sul conflitto israelo-palestinese, prodotta dall’organizzazione non governativa VIS, che negli anni successivi ha toccato 41 città in tutta Italia.

Nel 2010 quella scritta è diventata il titolo di un libro fotografico che raccoglie 105 fotografie realizzate nel corso di sei anni lungo il tracciato del muro, attraverso i Territori palestinesi occupati. Pubblicato da Edizioni della Meridiana, Firenze, il volume è promosso dall’associazione Habibti Betlemme di Montevarchi che sostiene progetti di solidarietà in Palestina. Nella versione cartacea, il libro può essere richiesto all’indirizzo unmurononbasta@gmail.com, mentre in quella elettronica si può sfogliare qui, suddiviso in due parti.

per decidere chi ha ragione e chi ha torto
per tracciare un confine arbitrario
per dettare la legge del più forte

un muro non basta.

 

Un anno dopo la pubblicazione del libro sono tornato a riflettere con Federico Busonero, che ringrazio, su alcuni aspetti della mia esperienza di documentazione fotografica del muro sui quali non mi ero soffermato in precedenza. Il testo della nostra conversazione, tra la Toscana e un’isola della costa occidentale degli Stati Uniti, è pubblicato su PlanetNext e si trova anche qui.
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Un muro non basta / 2005-2013

2013: Capannori (LU)

2012: Bologna, Boltiere (BG), Motta di Livenza (TV)

2011: Firenze – Estate in Fortezza, Civita Castellana (VT)

2010: Pistoia, Montevarchi (AR)

2009: Chioggia, Venezia, Salerno

2008: Roma, Prato, Bari, Siena, Varazze, Giovinazzo, Genova, Nichelino (II), Anghiari

2007: Torino, Cuneo, Pinerolo, Nichelino (I), Bologna, Lecce, Corsano-Martano, Trento, Udine

2006: Massa, Jesolo, San Miniato, Pavia, Palermo, Ponte di Legno, San Donà di Piave, Vicenza, Savignano sul Panaro, Ferrara, Faenza, Fossano

2005: San Giovanni Valdarno (AR)

COCIS – Non c’è pace senza cooperazione

E’ una convinzione semplice, sperimentata sul campo e consolidata dall’esperienza, eppure spesso disattesa da una realtà tormentata dai conflitti, quella che ha ispirato la campagna 2010 del Coordinamento delle Organizzazioni non Governative per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo (COCIS): non c’è pace senza cooperazione. E’ una sfida sempre aperta.

Per contribuire a stimolare la riflessione del pubblico, il COCIS mi ha affidato l’incarico di allestire un sito internet, di curare una mostra fotografica e, soprattutto, di elaborare contenuti divulgativi a partire da una serie di fotografie messe a disposizione dalle Ong. Nel giro di poche settimane abbiamo raccolto un vasto repertorio di immagini provenienti dai quattro angoli della Terra… in cerca di un significato che andasse oltre alla descrizione di un luogo, alla documentazione di un intervento, alla rendicontazione di un progetto.

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cocis pace cooperazione

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All’interno del sito, fra le altre cose, ho collocato tre percorsi multimediali che offrono spunti di riflessione sui temi della campagna. Conviene guardarli con calma. Il primo propone una lunga sequenza di immagini e parole che si interrogano su come costruire relazioni di pace guardando ai conflitti della nostra epoca, dal secondo dopoguerra a oggi.

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Il secondo percorso è dedicato al contributo che le attività di cooperazione possono dare alla prevenzione e alla risoluzione dei conflitti, con riferimento alle esperienze concrete delle Ong.

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Il terzo, infine, affronta alcuni aspetti critici della cooperazione stessa, che non sfugge alle contraddizioni delle sfide complesse.

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Oltre al materiale pubblicato su internet, la campagna comprende una mostra fotografica di 18 pannelli con una selezione delle immagini. Ecco il testo introduttivo.

Almeno venticinque conflitti in corso, oltre 45.000 morti solo nel 2008, circa 42 milioni di rifugiati in tutto il mondo. Numeri eloquenti, che danno il senso di quanto drammatica e dolorosa sia la quotidianità di milioni di persone nel nostro pianeta. Guerre e conflitti, confinati al di fuori o ai margini dell’Europa del benessere, ci sembrano davvero lontani, spesso impalpabili, incomprensibili. Eppure, sappiamo bene che ci riguardano. Sappiamo bene che il processo di globalizzazione, sempre più accelerato, è dominato da politiche globali, da un governo del mondo retto da poche potenze, da regole del commercio internazionale dettate dalle grandi società multinazionali, da ingenti investimenti nelle spese militari, ai primi posti nei bilanci di molti stati e spesso più in alto di sanità e istruzione. Ci rendiamo conto delle guerre e dei loro drammi solo quando, sempre più spesso, i “rottami” di queste guerre entrano di prepotenza nella nostra vita, sotto forma di rifugiati politici, di massicci f lussi migratori, di minacce terroristiche. Allora, ecco vacillare la nostra sicurezza, il nostro benessere, il nostro status di uomini liberi.
Le organizzazioni non governative (ONG) sono espressioni della società civile che si impegnano quotidianamente nella cooperazione allo sviluppo per favorire il dialogo tra i popoli e costruire percorsi di sviluppo equo e sostenibile, percorsi da elaborare e realizzare insieme, cittadini dei paesi ricchi e dei paesi poveri. L’obiettivo comune è uno sviluppo che sia rispettoso dell’uomo e dell’ambiente e che garantisca i diritti agli uomini di oggi, come un degno futuro a quelli di domani. I nostri cooperanti e volontari si trovano spesso a lavorare in situazioni di conflitto, chiamati ad affrontare emergenze umanitarie, ricostruire strutture, migliorare la sicurezza sanitaria, collaborare nella mediazione tra le parti in causa, sempre promuovendo i principi della solidarietà, della cooperazione tra i popoli, del dialogo fra le culture.
Questa mostra fotografica si propone come strumento di riflessione a partire dal linguaggio universale dell’immagine, esprimendo l’emozione diretta che ciascuno dei nostri operatori prova nel suo lavoro. Un pianto, un sorriso, un fucile, una zappa, un cingolato, un libro di scuola… non sono altro che facce opposte dello stesso contesto e si ritrovano spesso l’una accanto all’altra, a distanza di pochi metri, o di pochi minuti, pur descrivendo situazioni profondamente diverse. Abbiamo scavato nei nostri archivi scegliendo fotografie prodotte non solo da occhi esperti, ma anche da operatori della cooperazione desiderosi di fermare in uno scatto le realtà di conflitto che toccano con mano. Nel lavoro di queste persone non c’è la sterile presunzione di “essere nel giusto”, ma la piena consapevolezza dei limiti dei nostri interventi, che hanno luogo in scenari molto complessi e talvolta contraddittori. Le attività di cooperazione internazionale, infatti, nascono da motivazioni etiche e solidali che non bastano, da sole, a metterci al riparo da interessi contrastanti, pressioni esterne e riflessioni costanti sui metodi e sugli obiettivi. Quella di risolvere i conflitti contemporanei è una sfida che richiede non solo risorse tecniche e finanziarie importanti, ma anche strumenti culturali forti, capaci di comprendere le ragioni altrui senza pregiudizi e di affrontare non solo i sintomi, ma le cause strutturali delle crisi. Un invito a tutti, quindi, perché grazie alle immagini e alle parole che proponiamo sia possibile riflettere sulla pace e sulla guerra, sulla giustizia e sull’ingiustizia, sui diritti e sulla violenza. Con una certezza: non è possibile promuovere processi di pace senza una vera cooperazione tra i popoli, senza un sincero dialogo, senza una mutua comprensione dei diritti altrui.

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Rachel’s Tomb: an Alien in her Hometown?

Who is Rachel?

A woman. A wife. A mother.

Her story is told in the first book of the Bible, Genesis. She married Jacob, Abraham’s nephew, and she gave him two sons. On the way to the south of Palestine, she died while giving birth to the second one, Benjamin. Her husband, according to the Bible, buried her right there, on the way. There… where? Was it really on the outskirts of Bethlehem? Most probably not, as the research of a Franciscan scholar, Guido Lombardi, pointed out in 1971. Nevertheless, the burial site that was associated with her, along the road to Hebron, is what has attracted the prayers of countless believers through the ages.

When the West Bank was occupied by the Israeli army in June 1967, Rachel’s Tomb was not included within the unilateral borders of Great Jerusalem because of its location, deep inside a Palestinian urban area. Some 30 years later, in the framework of the separation regime introduced by the Oslo accords, Israeli authorities reconsidered the matter and decided to secure a direct connection between the site and Jerusalem. In 1998 Rachel’s Tomb was fortified with external walls, concrete blocks and watchtowers which dramatically altered its appearance. A few years later, after the outbreak of the second Intifada, the construction of the Separation Wall began, and the area was completely isolated from the city. Where Israeli and Palestinians used to find opportunities for economic and social relations, now they remained divided. So they remain today.

The two sides of the site look like two different planets: here the city seems to be a ghost town, with abandoned shops and broken windows; there the enclave looks like a fortress, with tired soldiers and melancholic prayers. While the elderly people of Bethlehem still remember the past, the young don’t have any past to remember, as separation is their only experience of life. Rachel’s Tomb – a shrine? a landmark? an emblem of coexistence among faiths? – is no more on the way to Bethlehem. It is out of the way. Has she become an alien in her hometown?

Moving from this question, I embarked on a social research project together with three friends and colleagues at Bethlehem University: Ingeborg Tiemann, Lucia Maria Russo and Elise Aghazarian. With the help of a small group of students, we interviewed some people living in the area of Rachel’s Tomb, so as to collect their memories and feelings about a site which used to be part of their lives, before disappearing behind the concrete slabs of the Wall. The outcome of our research was a paper and a set of photographs. Then, words and images reached Berlin to find their place in a book: it can be ordered from the publisher’s website, AphorismA, and it includes a DVD with the following slideshow.

 

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Rachel Tomb: an Alien in Her Hometown?

In May 2010 I was invited to present our research at St. Joseph University, Beirut. It was my first chance to visit Lebanon. I had only seen its land once, from the northern Israeli city of Metulla. Faraway, so close. But this is another story.

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