2007
Yox Photography
| Una fotografia, ridotta ai minimi termini, è una scelta. O meglio, è il risultato di una serie di scelte di natura diversa, combinate fra loro. Una fotografia non propone l’immagine di una cosa particolare, ma piuttosto di una relazione fra cose. |
A photograph, in its fundamental terms, is a choice. Or, better, it is the result of a number of choices, different in their nature but combined together. A photograph never captures the image of a single thing but, rather, of a relation among things. |
Colors of my City
Era una bella giornata di primavera, a Gerusalemme.
Questo è quello che mi ricordo. E invece no, non era ancora primavera, scopro che mancavano 16 giorni. La memoria di una fotografia digitale non sbaglia: era il 5 marzo 2007. Addirittura, segnala con esattezza il momento dello scatto, le 3:03 del pomeriggio. Di un pomeriggio di sole. Questo, però, non lo dice. Questo è rimasto impresso soltanto nella mia, di memoria.
La fotografia, premiata al concorso “Colors of my City” promosso dalla fondazione Al Mamal, racconta una scena all’ingresso della Città Vecchia.

A pochi metri dalla porta di Jaffa, la testa di uomo spunta dal bordo di un carretto per vendere ka’ek, il tipico pane di sesamo a forma di anello. Gli occhiali scuri parlano di un sole forte, ma la calotta e la giacca pesante dicono che è ancora inverno. Infatti.
Che fa?
Aspetta.
Che aspetta?
Non si sa. Forse si chiede anche lui se è già primavera.
Un muro non basta
Un muro non basta è una scritta colorata sul muro di Betlemme che ancora resiste alla sfida del tempo. Nel 2005 quella scritta ha ispirato una campagna di informazione sul conflitto israelo-palestinese, prodotta dall’organizzazione non governativa VIS, che negli anni successivi ha toccato 41 città in tutta Italia.
Nel 2010 quella scritta è diventata il titolo di un libro fotografico che raccoglie 105 fotografie realizzate nel corso di sei anni lungo il tracciato del muro, attraverso i Territori palestinesi occupati. Pubblicato da Edizioni della Meridiana, Firenze, il volume è promosso dall’associazione Habibti Betlemme di Montevarchi che sostiene progetti di solidarietà in Palestina. Nella versione cartacea, il libro può essere richiesto all’indirizzo unmurononbasta@gmail.com, mentre in quella elettronica si può sfogliare qui, suddiviso in due parti.
per decidere chi ha ragione e chi ha torto
per tracciare un confine arbitrario
per dettare la legge del più forte
un muro non basta.
2013: Capannori (LU)
2012: Bologna, Boltiere (BG), Motta di Livenza (TV)
2011: Firenze – Estate in Fortezza, Civita Castellana (VT)
2010: Pistoia, Montevarchi (AR)
2009: Chioggia, Venezia, Salerno
2008: Roma, Prato, Bari, Siena, Varazze, Giovinazzo, Genova, Nichelino (II), Anghiari
2007: Torino, Cuneo, Pinerolo, Nichelino (I), Bologna, Lecce, Corsano-Martano, Trento, Udine
2006: Massa, Jesolo, San Miniato, Pavia, Palermo, Ponte di Legno, San Donà di Piave, Vicenza, Savignano sul Panaro, Ferrara, Faenza, Fossano
Quaranta anni dopo
Primavera 2005. I blocchi di cemento che circondano Betlemme sono ancora puliti, hanno diviso la terra e chiuso l’orizzonte da poco tempo. Un giorno appare un graffito. Semplice e potente. Una linea tratteggiata da tagliare con le forbici. Come una figurina, un’etichetta, una cartolina, un tagliando. Ma il muro non è fatto di carta. Un paio di forbici può fare ben poco. Però mi viene in mente che nel gioco della morra cinese la carta vince sul sasso. Già, la carta dove si può scrivere e disegnare e avvolgere il pane è più forte del sasso. O del cemento. Perché? Non può essere un caso.
Questa immagine è stata scelta da Arturo Marzano e Marcella Simoni per la copertina del saggio Quaranta anni dopo, pubblicato nel 2007 dalla casa editrice il Ponte.

La zattera delle tartarughe
Un viaggio porta sempre con sé delle storie da raccontare.
A volte sono esperienze, piccole e grandi, vissute in un luogo che è altro dal solito. Ma può capitare che una storia nasca cercando di mettere in fila una serie di fotografie raccolte lungo la strada. Sull’isola di Boavista, nell’arcipelago di Capo Verde, è successo questo. C’era una storia dietro persone e luoghi inconsapevoli di averla. Eccola.
L’escursione sull’isola di Boavista, in realtà, è stata una breve parentesi all’interno di un viaggio sull’isola di Sal, dove si trova l’aeroporto principale di Capo Verde. E’ per questo che Sal rappresenta il primo approdo sull’arcipelago per chi arriva da fuori. La capitale Praia si trova altrove, sull’isola di Santiago. E anche gli scenari naturali più interessanti stanno da altre parti, a Boavista, a Fogo, a Sao Vicente. Non su questo arido scoglio in mezzo all’Atlantico. Un pezzo di deserto, buono per la pista di un aeroporto. Quella pista fu costruita dagli italiani, nel ’39. Serviva uno scalo sulla rotta per l’Argentina, quando partire non era questione di vacanze.
Sull’isola di Sal non importa credere alla scommessa dei cantieri impegnati a costruire angoli di paradiso a buon mercato, fra la spiaggia e il deserto. Per molti, basta trovare un posto dove farsi i fatti propri.
Parecchie di queste foto raccontano un cielo piuttosto cupo, una luce filtrata dalle nuvole, un riverbero rossastro di terra nell’aria. Non sarà sempre cosi, ma così capitò in quei giorni. Ci sono anche nuvole che mi ricordano quelle di Andreas Feininger. Almeno, quelle che si vedono nella foto che ho appeso in questa stanza. Nuvole di un cielo in Arizona, nel 1953. Sarà possibile, mi chiedo, trovare qualcosa dell’atmosfera dei grandi spazi americani su un sasso come l’isola di Sal? Però, in fondo, anche le nuvole di Sal i grandi spazi li conoscono. Quelli dell’oceano.
Comune di San Giovanni Valdarno / Calendario 2008
Sarà per il deserto che la circonda che alcuni la chiamano la città della luna. Sarà per i reperti archeologici di oltre diecimila anni che altri la considerano la città più antica del mondo. Sarà per i mosaici del palazzo di Hisham, sarà per le pietre del monastero sul Monte delle Tentazioni, sarà per il gusto dei datteri, il clima secco o la freschezza dell’acqua… che Gerico è un luogo a parte, in fondo alla più fonda depressione del pianeta, a quasi 400 metri sotto il livello del mare. Sarà per questo ambiente caldo, protetto e miracolosamente ricco di acqua, che l’uomo errante degli inizi ha fermato qui i suoi passi per stabilire una dimora. E poi un’altra. Fino a costruire una città.
Negli anni di Palestina ci sono sempre andato volentieri. A volte in cerca di compagnia, altre volte di silenzio.
Nel 2007 il comune di San Giovanni Valdarno, gemellato dal 2003 con la municipalità di Gerico, ha deciso di dedicare il calendario dell’anno successivo al capoluogo palestinese. Queste immagini sono state scelte per illustrarlo.
Ma in quel dicembre 2007 la mia vecchia Minolta D5 ha catturato anche queste.
World Health Organization / 40 seconds on 40 years
Rare moments are those when the power of innocence annihilates the weight of a wall, its fierce integrity made ridiculous by a tricycle ride.
Still, they happen. And, sometimes, they happen to be recorded.
It was the Spring 2005. The city of Bethlehem was being surrounded by a 9-meter high wall. Concrete blocks were lined up and raised near the edge of Aida refugee camp. A passage on Hebron road remained open, for the moment, while the new Terminal was being completed, a few hundred meters further inside the occupied Palestinian territory than the old Checkpoint 300. I went out to take pictures of the wall. For once, I had a video camera with me. I reached a spot which would later become the center of a roundabout for buses to turn around and go back to Jerusalem, since the there is no way forward. I set the camera on a tripod, and I started to record a still picture in motion. Nothing but the wall. Idle and impenetrable. Some people passed by. A few cars. And, all of a sudden, a tricycle.
In 2007 this clip won the contest “40 seconds on 40 years of violence in the occupied Palestinian territory” organized by the Jerusalem office of the World Health Organization. My special thanks to Minerva Hisnat, who helped me with the editing at the media centre of Bethlehem University.
Stones of Jordan
It began as another trip out of Israel to renew my tourist visa. This time, it was April 2006, I headed to the south. From Jerusalem I reached Eilat by bus, then I crossed the border at Arava and I entered Jordan. But I didn’t turn right to Aqaba, as I had planned along the way. I took the other direction. That is how I ended up in the red desert of Wadi Ram, one of the most magnificent pieces of landscape I have ever encountered. I stayed there for three days, based in a Bedouin tent. Walking the trails, breathing the silence. Then I moved to Wadi Musa, a little village at the edge of the Siq which leads to the city of Petra. Here, the story that had started unfolding amongst the rocks of the desert found its completion.
Soon after I returned to Palestine, images and words found their place in a project called Stones of Jordan.
I wish to sincerely thank Fr. Jean-Michel de Tarragon at the École Biblique et Archéologique Française de Jérusalem for allowing me to include some of their stunning historical images of Wadi Ram and Petra. Also, I want to acknowledge an inspiring work by Mircea Eliade, The Sacred and the Profane, for shedding light on the hierophanies I experienced in the south of Jordan.
Stones of Jordan was first conceived as an exhibit. Produced by the Bethlehem Peace Center and endorsed by the Consulate of Jordan in Ramallah, it was on display from 14 to 30 August 2006 and from 12 to 28 April 2007.
Bethlehem Peace Center also printed a booklet with some photos and the text of the story, both in English and Arabic. It is here for download. My thanks to Rami Hazboun for the design.
By the way, this is a snapshot from “the backstage” of Stones of Jordan. It is the moment when the prints of the first edit of images get spread all over the floor, the moment when invisible connections and thin lines of meaning make their way up to the surface. It feels like looking at leaves floating in a pond, slowly arranging themselves in unexpected patterns. This moment, I guess, is my favourite step in the creative process of making a project.
It’s all about how you look at it. And, most important, it’s about how much time you feel it’s worth.




